Verso Nord – giorno 3

treno

È una sensazione che abbiamo da ieri sera, quando ancora eravamo seduti al pub ad Edimburgo, e che è andata intensificandosi di tappa in tappa: alla stazione di Perth, poi qui ad Inverness. La sensazione di trovarci ad un crocevia. In un luogo di transito, in cui si incontrano viaggiatori di ogni provenienza prima di partire per le loro destinazioni.

Al pub, oltre ai gentiluomini scozzesi, c’erano solo persone con cartine sul tavolo. Alla stazione di Perth, sul binario per Inverness, i turisti con la valigia si sono dileguati: sono rimasti solo ragazze e ragazzi con zaini e sacchi a pelo. Ad Inverness c’è un fiordo che si apre sul mare e verso la collina strade intere di bed & breakfast che offrono alloggio e una colazione calda ai viaggiatori di passaggio. Il cielo e il silenzio sono spezzati dai gabbiani in volo.

Siamo partiti dalle lowlands, la campagna circostante Edimburgo e non troppo dissimile dalla collina bolognese; abbiamo attraversato la costa arricchita dal petrolio e il parco nazionale in cui sorge il castello di Balmoral. Siamo arrivati nella capitale delle Highlands: Inverness, questo posto per cui da giorni ho un nome in testa e da cui si diramano sentieri per migliaia di avventure.

Come in quel libro che ho letto l’estate scorsa, sorvolando il mediterraneo alla volta di Messina. Quel libro un po’ pesante, di cui solo ora comprendo la reale portata. Quel libro che si apre in un villaggio, ultimo avamposto di civiltà da cui partono navi pronte a solcare i sette mari – e baleniere. Un luogo in cui i marinai passano poche notti, prima di salpare verso il loro destino. Luoghi necessari alla partenza, come un antipasto alla cena. Sono storie diverse, luoghi diversi, epoche diverse. Ma eccole: Edimburgo, Perth… Inverness, la nostra Nantucket.

“Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.”

Moby Dick

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