Passeggiate e portage verso Loch Sionscaig / in volo

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“D’ora in poi metterò i tacchi alti e andrò in vacanza ad Ibiza. Canterò le canzoni che dicono “quiero bailar contigo” e ballerò le canzoni che dicono “me gusta la vida”. Una bella serata sarà quando berrò sei Sex on the beach in discoteca, una bella giornata quando mi alzerò alle due e andrò in spiaggia a ridormire al sole. Andrò nei villaggi vacanze. Parteciperò alle attività degli animatori. L’aerobica in acqua. Il gioco dell’happy hour. Imparerò il balletto del villaggio. Da piccola avevo imparato tutta la macarena, quand’è che ho sbagliato? Perché non sono a Santo Domingo a farmi le foto ai piedi con il mare sullo sfondo e i selfie coi cocktail? Appena torno a Bruxelles mi prendo un cd di Enrique Iglesias. Cioè, no, magari lo scarico. Che poi chissà se canta ancora. Devo chiedere a qualcuno. Appena torno a Bruxelles… Oh, non vedo l’ora di mettermi tutti i miei vestitini. Anche se farà freddo, tanto dopo questo tutto sarà caldo al confronto. Quello azzurro. Quello nero nuovo. Metterò i tacchi. Merda. Io Craig* lo ammazzo. Non lo sopporto più, se mi parla ancora io me ne vado.”

*(La guida)

È parte di quello che ho pensato mentre, trasportati il barile e il mio zaino, trasportavo ancora le tende lungo il primo, ripido, melmoso tratto di portage tra Fionn Loch e Loch Sionscaig. Lo stream of consciousness continua con domande sul perché stavo facendo quella fatica e con il gioco degli Hunger Games, che vi risparmio. Come ci sono arrivata a questo punto, invece, merita di essere ricordato.

Il nostro quarto giorno siamo rimasti bloccati dal brutto tempo nel nostro campeggio sulla laguna nel Fionn Loch. La passeggiata in programma, per me e Checco, ha rischiato di interrompersi quando il fango non ha retto il suo peso e lui è caduto fino alle cosce nella melma, mentre si è interrotta davvero quando i polpacci hanno iniziato a sanguinargli per l’attrito con gli stivali. Tornati indietro, il resto della giornata è stato solo routine.

Il quinto giorno ci siamo svegliati sotto nubi di midges. Le midges sono state piaga, tormento, incubo e dannazione della nostra vacanza. Sono minuscoli moscerini, non troppo più grandi di una drosophila, per dare un’idea. Sembrano innocue e probabilmente, prese individualmente, non sarebbero malaccio. Però le femmine pungono. Certo, un pizzichino non è niente. Il fatto è che attorno alla nostra tenda ce n’erano almeno un milione. Il fatto è che ogni volta che dovevamo stare all’aria aperta, cosa che tende a capitare in campeggio d’estate nelle Highlands, se ci fermavamo e abbassavamo gli occhi vedevamo con orrore che ce n’erano almeno cinquecento, di questi moscerini individualmente innocui, posati su ognuna delle nostre gambe.

Vivevo con la fascia sulla fronte come Rambo e il paracollo sul naso che mi sentivo una truppa d’assalto. Per via delle temperature non altissime ero completamente coperta dai vestiti, ma a volte le midges pungevano anche attraverso i pantaloni, e comunque non avevano problemi a mangiarmi le mani e ad infilarsi nello spiraglio tra la fascia e il paracollo per pizzicarmi la fronte e i lati degli occhi.

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Non c’erano, dopo i momenti di fatica, momenti di relax: dal secondo giorno non abbiamo potuto riposarci cenando, bevendo il bicchiere di vino che ci eravamo sudati durante la giornata, sdraiandoci per terra dopo una salita particolarmente dura, perché sempre eravamo bersagliati dalle midges. Non un paio: milioni. Mi spiego meglio. Se abbassavo il paracollo e inspiravo, inspiravo midges. Se alzavo il paracollo e inspiravo, inspiravo meno midges. Se mangiavo, mangiavo anche midges. Se bevevo, dentro al bicchiere c’erano delle midges morte annegate. Se mi lavavo i denti (e già sciacquavo lo spazzolino nell’acqua piovana che si raccoglieva nel coperchio del mio barile) rimanevano incollate al dentifricio delle midges.

Quel giorno, mentre trasportavo le tende e non ce la facevo quasi più, al mattino i pizzichi sulla fronte e le guance mi si erano gonfiati ed erano diventati caldi. E quel giorno ho capito come la stanchezza annienti la bellezza.

Siamo arrivati forse nel Loch più bello di tutti quelli che avevamo visto, e dormivamo su un’isola in mezzo al lago. Lo dico perché lo so, perché se me lo racconto, quel posto con gli alberi disegnati dal vento, circondato da colli, con i rami degli alberi che si bagnano in acqua, so che deve essere bello. Ma io, là, demolita dalla stanchezza e dalla rabbia, non ho percepito bellezza.

La sera ho dovuto fare pipì. Le midges vanno via se soffia il vento, ma su quell’isola, in mezzo ad un lago, nel cuore delle Highlands scozzesi, non tirava un filo d’aria. Ho deciso di essere superiore, ho chiuso gli occhi e ho abbassato i pantaloni. Quando li ho riaperti ero coperta di animali che mi pungevano. Ho iniziato a schiacciarli con la carta, ma più ne schiacciavo più arrivavano. Volevo piangere, ma se qualcuno avesse sentito i miei lamenti e mi avesse trovata lì, nell’ultima posizione in cui volevo essere vista? Ho rialzato i pantaloni, schiacciandoli così, lasciando sulla mia pelle centinaia di moscerini morti.

Il vento è arrivato tre ore più tardi. Quell’isola bellissima non mi piacerà mai.

Ora che ripenso a tutto questo, volando a casa, ho ancora i pizzichi sulla fronte, sulle mani e soprattutto sulle cosce, ma non voglio più andare ad Ibiza.

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4 pensieri su “Passeggiate e portage verso Loch Sionscaig / in volo

  1. Succede anche a me, nei viaggi che ho fatto, arrivare a pensare che forse no, non dovevo. Che forse è troppo per me, che son troppo occidentale e viziata. Poi, però, a Ibiza non sono mai andata e a settembre vado qualche giorno nelle foreste della Malesia. Lì ci sono le sanguisughe mi dicono. Proverò a non pensarci. Bentornata.

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