Giorno 2 – La partita (Napoli)

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E per Napoli, cosa raccontiamo?

Ho un’idea: facciamo un post sulla pizza!

Era luglio 2011. Io studiavo ancora, Checco era ancora un libero professionista molto libero, l’estate italiana era lunga e ce l’avevamo tutta davanti. Avevamo deciso di scendere in Salento per tappe, fermandoci a Roma e a Napoli.

A Napoli ci eravamo arrivati nel pomeriggio. Il tempo di una passeggiata, di una sosta in albergo, quando eravamo usciti per andare a cena era calato il buio. Noi passeggiavamo verso il centro, ma non avevamo veramente idea di dove stavamo andando. Dopo una ventina di minuti senza una direzione, in cui nessuna pizzeria sembrava abbastanza buona per noi, Checco aveva fermato una ragazza. Non era di Napoli, ma ci studiava. Aveva sorriso, prima di iniziare a rispondere con tono imperativo:

IMG_20160728_204324-Vedete quel buco nel muro? Indicava una nicchia nel muro, con i limoni appesi alla parete. – Con la signora anziana? Prendete una birra lì, è la birra meno cara che potrete trovare. Parlava veloce, scandendo le frasi con piccole pause. Un generale.

Con la birra, andate dritto per questa strada. Ad un certo punto trovate una pizzeria sulla sinistra, Di Matteo. Ci sarà la fila, voi fatevi mettere in lista. Poi, mentre aspettate, prendete due fritti. Fate aperitivo con birra e fritti nell’attesa e poi cenate lì. Dopo cena tornate qua, in questo posto dietro di noi, e sentite un babbà.

Birra, frittini, pizza, babbà: avevamo seguito le sue indicazioni alla lettera, per una cena che avremmo ricordato e rievocato per cinque anni. E ieri sera l’abbiamo ripetuta: la signora della birra, sempre più vecchia; i fritti, più abbondanti perché li sognavamo da cinque anni; la pizza, ancora buona uguale.

All’uscita dal ristorante è già buio. Camminiamo per le vie del centro, le pietre per terra mi sembrano coperte da uno strato di unto vecchio di millenni. Le viuzze strette e gli odori forti: fritto, immondizia, pizza. La strada si apre e finalmente si muove un po’ d’aria mentre entriamo in Piazza Dante. Poi sentiamo delle urla: “Noooo!”, “Maronn’!!!”.

IMG_20160728_224732Una decina di bimbi, tra gli otto e i dodici anni, sta giocando a calcio. Hanno le divise complete dei calciatori – nessuna maglia di Higuaín e penso tra me e me che deve esserci stato un recente cambio di armadio. Gesticolano come i giocatori veri, polemizzano come deputati navigati, giocano meglio del Bologna.

Divertita mi fermo a fare una foto alla scena, ma Checco mi chiama e indica il bidone alla mia destra. Già, perché se una porta è il cancello del Convitto, l’altra è delimitata da un paio di bidoni della spazzatura. Un riflettore nel marciapiede segna il punto da cui si calciano i calci d’angolo. Non ho visto tanti campi da calcio nella vita, è vero, ma questo è davvero uno dei più belli.

Ci lasciamo la partita alle spalle, camminiamo verso l’appartamento. Attraversando una strada, vediamo un Ciao che impenna in mezzo ad una piccola piazzetta, a bordo riconosciamo due dei bimbi di prima. Entrambi, naturalmente, senza casco.

Sono a Napoli, affascinata e straniata come fossimo dall’altra parte del mondo, ma con la pancia molto più piena.

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