Una corsa in taxi

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Il viaggio: ci sono stati problemi con l’attrezzatura sportiva da imbarcare, ritardi all’aeroporto Charles de Gaulle che hanno trasformato il nostro scalo in una corsa contro il tempo per raccattare bottiglie d’acqua e cartoline dall’Europa da lasciare in regalo alle persone che incontreremo per strada. Il volo è stato lungo e non siamo riusciti a dormire. Ma dopo essere arrivati a Osaka, dopo avere riunito il gruppo, dopo avere preso il treno per Kyoto, sono successe cose che hanno cancellato la stanchezza.

img_20161227_134123La prima cosa: ho trovato da mangiare. Non ho avuto molto tempo per preparare questo viaggio, ma da mesi, mentre i miei piani restavano sempre più indefiniti e il viaggio si avvicinava sempre di più, era chiaro che per me, vegetariana, mangiare in Giappone sarebbe stato difficile. Tra brodi di pollo e “bonito”, i fiocchi di pesce spruzzati a mo’ di parmigiano su qualunque pietanza per insaporirla, trovare un piatto veramente vegetariano in Giappone non è un’impresa facile. Di fianco alla stazione di Kyoto, però, in una galleria di piccoli ristoranti di strada, ho trovato un piatto di ramen vegetariano buonissimo. L’esperienza culinaria che non contavo di avere c’è stata e i piccoli dessert di mela che mi sono portata da Bologna non serviranno oggi.

Allargata la cintura, è arrivato il momento di raggiungere l’hotel. Fermiamo tre taxi, ci dividiamo, diamo l’indirizzo e sul volto dell’autista si iniziano a leggere le prime perplessità. Imposta l’indirizzo sul navigatore – i sedili del taxi sono rivestiti di pizzo e lui ha i capelli tinti di marrone chiaro. Scende a consultarsi con gli altri taxisti. Torna in taxi emettendo dei suoni gutturali di preoccupazione. Nessuno parte per un po’. Quando finalmente ci mettiamo in strada, ci spiega: “narrow street”. Ad un semaforo scende di nuovo per parlare con un collega. Torna in macchina, armeggia con il navigatore. In uno stato d’animo più verso la disperazione che la preoccupazione, ci chiede se siamo sicuri che sia un albergo e non una guest house, poi finalmente trova la destinazione e inizia ad emettere degli “oooooh” di compiacimento. “Eccolo!” ci dice, ingrandendo l’immagine sullo schermo, “aaaah, ooooooh!!!”. Poi scende e di corsetta va ad avvertire i colleghi.

Arrivati nei pressi dell’alloggio inchioda: “walking street!”. Ha la voce molto davvero allarmata. Gli diciamo che cammineremo e lui ci ringrazia cinque, sei volte “arigatoo!”.  Non so se fossero i modi affettati, il panico sproporzionato all’entità del problema, ma stiamo tutti ridendo di nascosto. Ora siamo a Kyoto, con un paio di giorni per visitarla prima di muovere per l’Hokkaido.

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