Incontri

Partiamo per il deserto in fuoristrada alle 15. La nostra guida, Rouen, è un berbero burbero e taciturno. Non proferisce verbo fino al momento in cui, in un punto sorprendentemente isolato del pianeta, accosta il fuoristrada e chiede se possiamo dare un passaggio ad un suo conoscente che si trova lì e che deve raggiungere l’accampamento. Da quel momento inizia a parlare e sghignazzare con l’amico in una lingua incomprensibile, mentre io calcolo la nostra direzione orientandomi col sole. Così, nel caso in cui ci abbandonino nel deserto.

Passiamo un’oasi in cui le caprette si arrampicano sulle palme e un pozzo in cui l’amico della guida dà da bere a tre cammelli. Li guardo allontanarsi dopo la bevuta e rimango colpita da quanto siano larghe le loro pance. Mi spiegano allora che non hanno bevuto così tanto, ma che sono gravide. Di colpo le ammiro: la gravidanza nel deserto d’estate non è per tutte.

La tappa successiva è già il nostro accampamento. Le dune sono esattamente come me le immaginavo, come devono essere, una tela sempre vergine per disegni di luce e di vento. Fa molto caldo, sudiamo tantissimo e ogni passo è causa di crampi. Mentre camminiamo sul crinale, non dimentico il fatto che, nonostante abbiamo portato con noi più acqua di quanto ci fosse stato consigliato, la stiamo già finendo. Ho moltissima sete.

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All’accampamento con noi ci sono due maestre messicane e un gatto denutrito. Le maestre messicane parlano solo spagnolo e io provo a mettere in pratica quello che ho imparato nei mesi scorsi facendo il corso su internet. Imparo tre parole nuove: el refrigerador (categoria: quello che vorrei che ci fosse), escarabajo (categoria: quello che vorrei che non ci fosse) e estrella fugaz (categoria: quello che c’è e va bene così).

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Di stelle cadenti quella notte, dormendo all’aria aperta sotto il cielo del deserto, sopra un mare di coleotteri e nei paraggi di una gattina di cui non siamo riusciti a placare la fame, ne vedo così tante che ad un certo punto finisco i desideri. Allora inizio ad esprimerli per gli altri. Solo quando finisco gli amici mi addormento.

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Il mattino dopo ci prepariamo rapidi per la partenza: abbiamo finito l’acqua e voglio arrivare il prima possibile in un paese dove bere fino a che non mi si plachi la sete. Il fuoristrada sembra avanzare più veloce della sera prima e finalmente mi decido a parlare con la guida. Mentre mi racconta storie orribili di vipere e altri serpenti, Checco vede una volpe su una collinetta. Giriamo attorno con il fuoristrada costringendo la volpe a scendere. La vedo una frazione di secondo, ma mi basta per riconoscerlo: è un fennec.

Corre via dalla collinetta e si allontana dal fuoristrada. Prima di sparire dietro l’orizzonte, si gira, ci guarda, scuote fiero la coda folta. Poi salta e se ne va.

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(Per occhi attenti: piccolo fennec in paesaggio desertico. Foto scattata dal cellulare con mano tremante e disidratata emettendo gridolini striduli)

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