Tempo di pelli, tempo di ciaspole

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C’è poca neve. Un metro e settanta circa, pochissima neve. Che un metro e settanta sia poca me lo ha detto l’Australiano incontrato in cabinovia il primo giorno di sci; me lo ha detto, storcendo il naso e senza parole, Checco. Me lo sta facendo capire Oreste, che dal telefono segue il meteo in costante attesa dell’annuncio di una perturbazione. Lo dice, alla fine, anche Testo, il nostro accompagnatore in capo, prima di chiedere se qualcuno ha portato le pelli con sé.

Io non ho le pelli, non ho la split, ed è cosa molto recente che io abbia una buona tavola. Continuando su questo filone di pensiero, non saprei nemmeno dire quando ho iniziato a ritenere possibile di fare un viaggio così: in Giappone, con lo snowboard, alla ricerca della neve più polverosa, con persone per cui sciare è come per me nuotare. Non so quando ho iniziato a pensare che avrei potuto fare una discesa intera senza cadere, non so quando sia diventato possibile, per me, credere davvero di poter essere capace andare sullo snow.

Tutto quello che so è che c’è stato un momento in cui ci stavo provando, c’è stato un momento in cui ero per terra e sorridevo stupidamente, un momento in cui ho realizzato di essermi fatta molto male. C’è stato un momento, anni dopo, in cui ho sconsideratamente ristretto gli attacchi. Un momento in cui mi tremavano le ginocchia da impazzire con la tavola di nuovo ai piedi.

img_20170102_104546Mi tremavano le ginocchia, e ora, non so come, ma sono qui, a stringere i legacci delle ciaspole, ad ascoltare Juan come fosse un profeta mentre mi spiega come legare la tavola allo zaino. Sono eccitatissima, in macchina ho giocato a pensare alle ultime volte in cui mi sono sentita così: per la mia prima mezza maratona, quattro anni fa. Forse un po’ per il mio primo trail notturno. Forse per la traversata dello Stretto di Messina. In tutti i modi è chiaro che sono alle porte di quello che per me sarà un evento che ricorderò.

Di fianco a me c’è Checco che mi stringe l’ultima volta lo snowboard allo zaino. Se io sono eccitatissima, so che anche lui lo è – e forse pure un filo preoccupato. Infatti io so per certo che nella vita preferisco le salite alle discese, lui è altrettanto sicuro del contrario. Io so di essere più pronta ad arrivare in cima, passo dopo passo, che a tornare giù; lui non sa se sarà in grado di arrivare in cima, ma è certo che poi si divertirebbe un mondo a scendere. Sorrido mentre chiede un chiarimento su come si usano le pelli: mai avrei pensato che avremmo affrontato insieme una prima volta sulla neve.

img_20170102_112906-1Le ciaspole sono allacciate, lo snowboard è ben bilanciato. Funziona. Siamo nel bosco, camminiamo, la punta dello snowboard più alta di me sbatte e si incastra nei rami degli alberi. Camminiamo ancora, arriviamo ad un vecchio impianto dismesso, ci fermiamo ad aspettare Checco che, miracolosamente, non ci sta ancora insultando. Ci penso bene e questa cosa mi riempie di gioia: se Checco non ci ha mandati a quel paese, allora gli sta piacendo.

Quando riprendiamo la salita, noi due rimaniamo indietro. La vegetazione inizia a farsi più rada, fino a che non rimangono solo rari rami di betulle coperti di ghiaccio. Anche oggi suonano al vento. Checco fa sempre più fatica, le pelli devono richiedere più tecnica ed esercizio di quanto pensassi. Decidiamo allora di tornare indietro anche se non siamo arrivati in cima, nonostante la cosa mi bruci parecchio. Stacco le ciaspole, slego la tavola, lego le ciaspole, mi attacco la tavola. Anche se tira vento, riesco a fare tutto in fretta e la cosa mi fa sentire brava. Ho le mani ghiacciate e un filo paura: è il momento di scendere e non si può cadere. Scendere tra le cime delle betulle, scendere fino al bosco, scendere e arrivare al lago sulfureo. Checco è già in basso e mi chiama: devo andare.

Tempo di pelli, tempo di ciaspole

Lezioni di Giappone

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Siamo nel salotto del bed and breakfast in cui alloggiamo a Kyoto. Fuori fa freddo, dentro siamo seduti per terra e il pavimento riscaldato fa venire sonno. Siamo stati a cena con Lena che mi aveva aspettata dopo lavoro per farmi lezione, perché stamattina dovevo partire a fare un giro per Kyoto e avevamo avuto solo poco tempo.

Lena lavora nel nostro bed and breakfast. Stamattina mi ha vista mentre dopo colazione studiavo i numeri in giapponese ed è venuta ad aiutarmi con la pronuncia, poi ha iniziato a fare conversazione, poi mi ha proposto di rifare lezione la sera alle cinque se ne avevo voglia. Ne avevo voglia, ma durante la giornata abbiamo visitato mille posti e fatto mille cose prima che potessi rientrare in bed and breakfast un po’ in ritardo: abbiamo visitato il tempio ricoperto d’oro Kinkaku-ji, la foresta di bambù e il quartiere che la circonda, provato mille cibi come i fagottini di fagioli e degli spiedini di palline di pasta (di riso?) con salsa (di soia?), oltre che un ramen buonissimo in un piccolo posticino dove parlavano solo giapponese.

15726310_755453961297860_1064350611957288551_nSoprattutto, però, abbiamo visitato un giardino zen nel complesso di templi di Daitoku-ji. All’ingresso del tempio, tolte le scarpe, la signora alla reception ci ha detto che, visto che il tempio era vuoto, avrebbe potuto accompagnarci a vedere il giardino. Il fatto che lei fosse con noi ci ha cambiato la visita, non solo perché ci ha aiutati ad apprezzare quelli che altrimenti avremmo giudicato solo quattro sassi in un cortile, ma anche perché ci ha raccontato la storia del posto e letto alcune preghiere scritte dall’ex capo monaco del tempio.

Bisogna immaginare una decina di persone infottatissime perché vanno a sciare nella super powder morbissima dell’Hokkaido – e me – rimbecillirsi per una mezz’ora ad ascoltare gli insegnamenti appesi sulle pareti per la cerimonia del tè e impegnati a dirsi che è tutto verissimo. Cose traducibili a stento come “sii te piccolino e fai essere gli altri grandi”, o un po’ ridicole come “sii come la nuvola bianca nel cielo”, o di cui non ci ricordiamo il significato, come “ichi e ichi go” ci sono sembrate geniali. Almeno per un po’ di tempo, finché il ricordo di questo viaggio non sarà sbiadito, ad essere come la nuvola bianca nel cielo ci proverò davvero.

Sono rientrata in bed and breakfast con mezz’ora di ritardo rispetto all’orario in cui Lena staccava e temevo che non l’avrei più trovata. Invece no, mi stava aspettando. E mi ha ringraziata di essere rientrata presto apposta.

img_20161228_201809-1Abbiamo ripetuto un po’ di numeri, gli orari, poi mi ha insegnato il vocabolario per cavarmela al ristorante. Alla fine della lezione le abbiamo chiesto consiglio per un posto dove cenare e ci ha suggerito un ristorante “very local” la cui proprietaria è “a bit crazy”.

Cose di Lena che non sapevamo di lei quando si è seduta a tavola con noi: ha 23 anni, ha studiato all’università per diventare insegnante, è specializzata in politica e giapponese, è sommelier di sake, si sposa a febbraio, lavora al bed and breakfast da sei mesi, era la prima volta che usciva a cena con dei clienti, le piacerebbe sposarsi con il kimono, ma il matrimonio tradizionale giapponese adesso è molto di moda ed è difficile trovare una location.

Ci ha raccontato di sé poco a poco durante la cena, mentre si faceva in quattro per servire i piatti e mediare con la proprietaria del locale che era effettivamente piuttosto fuori di testa – suo marito lo chef, invece, ha scritto un libro su come scolpire la frutta. Dopo avere bevuto un bicchiere di birra – aveva detto di no, ma non abbiamo dovuto insistere per convincerla – l’abbiamo pregata di stare ferma e godersi la cena con calma. Si è quasi commossa. Domani la salutiamo: nel pomeriggio inizieremo a spostarci verso Nord. Ora, però, grazie a lei so come spiegare che non mangio né carne né pesce, ma che però mangio uova e verdure (per poi ricevere lo stesso delle crocchette di gamberi).

 

Lezioni di Giappone

Un anno dopo: si riparte!

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– Allora, quand’è esattamente che abbiamo perso le nostre sacche?

– Settembre scorso. Ma perso non è corretto. Sono state.. appoggiate in garage da Ale.

– E quindi è a settembre che tu le hai preparate e quindi portate a Milano?

– Sono salite dopo un raduno della nazionale. Quindi sì, a settembre c’era stato un raduno, le avevo portate su e le avevo date ad Ale. Con l’idea di farsele ridare tra un volo e l’altro per andare a Malta.

– Quindi da settembre… sono… (conto i mesi sulle dita. Finiscono le dita, finiscono i mesi). Sì… Dieci mesi. E poi?

– Dopo averle lasciate dieci mesi a casa di Ale abbiamo pensato di farle portare dal coach Marotta fino al raduno della nazionale a Viterbo per poi essere traslocate in macchina di Giulio che ce le ridà stasera.

– Mi avevi detto che avevano fatto un sacco di giri!

– Eh, sono andate da Bologna a Milano, da Milano a Viterbo, da Viterbo a Castel San Giorgio e da Castel San Giorgio a Roma. Ah, Giulio ha prenotato nel posto top degli spaghetti cacio e pepe a Roma, per stasera.

– Mi manca la Pi.

– E scrivilo!

– A chi?

– Nel post.

– Mi manca la Pi.

Silenzio. Guardiamo la foto di Clarissa sul cellulare. Io mi strofino gli occhi. Checco fissa un cane che io non riesco a vedere, dietro una colonna. Questione di prospettive. Poi si alza, guarda uno schermo, torna indietro.

– Vuoi ridere? Sai a che gate siamo?

Rispondiamo insieme: A 33.

Spingo qualche pulsante al computer.

– Cos’hai scritto?

– La storia delle sacche.

– Dimmi. Me lo rileggi?

Aeroporto di Zaventem, l’aereo per Roma Fiumicino imbarca tra venti minuti. Partiamo.

Un anno dopo: si riparte!

In ufficio / lasciando le Highlands

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Rientro al lavoro. Apro la casella di posta ricordando il momento in cui avevo ritoccato il mio messaggio di assenza prima di partire: “Thank you for your e-mail. I am out of office, with limited no access to my e-mail. …“. I messaggi in arrivo non sono neanche troppi. Sorrido, decisa a ricordarmi per i mesi a venire il momento in cui, schiacciata dal peso del mio barile, in Scozia avevo ripensato con nostalgia alla sedia del mio ufficio, dicendomi che a modo suo era un lusso.

Prima di iniziare a leggere tutti i messaggi che mi sono arrivati e a rispondere “as soon as I return” come promesso, controllo solo un attimo se sono usciti i risultati del concorso che ho fatto ad aprile. Ed eccolo lì, nel mio account, un messaggio non letto. Io non sono capace, di norma, di leggere velocemente, ma davanti a quel messaggio i miei occhi hanno mandato al cervello tantissime informazioni che ho processato prima ancora di riuscire a leggerle: come temevo sono insufficiente in matematica; come speravo ho fatto molto bene tutto il resto; come non immaginavo ho un ottimo punteggio totale. È ora che leggo il messaggio e che mi accorgo che il punteggio totale mi avrebbe permesso di passare alla seconda fase del concorso se solo, per la prima volta da quando tento questo esame, non fossi stata insufficiente in matematica. Mi scappa un “porca puttana!” che non fa nemmeno alzare gli occhi alla mia algida dirimpettaia.

La vita di tutti i giorni si è reimpossessata di me. Non piano piano, di giorno in giorno, fino a levigare via il ricordo dell’avventura scozzese, ma con uno schiaffone di traverso sulla guancia.

Ero stanca l’ultimo giorno, quando la spalla destra sembrava voler disertare piuttosto che affondare ancora una volta il remo; volevo davvero averlo, un bagno con la carta igienica sempre; sentivo i capelli sformati dal vento e dalla fascia costantemente in testa e davvero mi domandavo che aspetto avesse la mia faccia, dopo sei giorni di pioggia, punture, sole, e finalmente anche un po’ di vento. Volevo sentirla, la sensazione di lenzuola pulite sfregare sulla pelle pulita anch’essa.

incaseofcapsizeMa non mi sono dimenticata di gettare un ultimo sguardo alle mie spalle, remando via dall’isola bellissima che non mi piacerà mai. Non mi era mancato il cellulare con internet – e affondavo il remo – non mi era mancato l’asfalto – un’altra remata – non mi erano mancati i diecimila problemi artificiali della vita di tutti i giorni – un’altra remata ancora – non mi era mancata la luce al neon – un nuovo colpo – non mi erano mancati i rumori del traffico – e un’altra remata – non mi erano mancate le scadenze – affondavo il remo ancora – non mi era mancato lo stipendio e l’affitto e les cotisations sociales – e una remata, e un’altra e  un’altra ancora…

Ci siamo caricati i barili sulle spalle un’ultima volta, abbiamo trascinato e ricalato le canoe in acqua per attraversare un ultimo lago coperto di ninfee. E dopo qualche metro eccola, tagliare la collina: la strada. Eravamo tornati.

Era finito il nostro viaggio e anche questo blog finisce qui. Grazie per averci accompagnati, per averci aiutati a fare la valigia, suggerito canzoni e locali e piccole astuzie per sopravvivere in campeggio.

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Sláinte

In ufficio / lasciando le Highlands

Passeggiate e portage verso Loch Sionscaig / in volo

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“D’ora in poi metterò i tacchi alti e andrò in vacanza ad Ibiza. Canterò le canzoni che dicono “quiero bailar contigo” e ballerò le canzoni che dicono “me gusta la vida”. Una bella serata sarà quando berrò sei Sex on the beach in discoteca, una bella giornata quando mi alzerò alle due e andrò in spiaggia a ridormire al sole. Andrò nei villaggi vacanze. Parteciperò alle attività degli animatori. L’aerobica in acqua. Il gioco dell’happy hour. Imparerò il balletto del villaggio. Da piccola avevo imparato tutta la macarena, quand’è che ho sbagliato? Perché non sono a Santo Domingo a farmi le foto ai piedi con il mare sullo sfondo e i selfie coi cocktail? Appena torno a Bruxelles mi prendo un cd di Enrique Iglesias. Cioè, no, magari lo scarico. Che poi chissà se canta ancora. Devo chiedere a qualcuno. Appena torno a Bruxelles… Oh, non vedo l’ora di mettermi tutti i miei vestitini. Anche se farà freddo, tanto dopo questo tutto sarà caldo al confronto. Quello azzurro. Quello nero nuovo. Metterò i tacchi. Merda. Io Craig* lo ammazzo. Non lo sopporto più, se mi parla ancora io me ne vado.”

*(La guida)

È parte di quello che ho pensato mentre, trasportati il barile e il mio zaino, trasportavo ancora le tende lungo il primo, ripido, melmoso tratto di portage tra Fionn Loch e Loch Sionscaig. Lo stream of consciousness continua con domande sul perché stavo facendo quella fatica e con il gioco degli Hunger Games, che vi risparmio. Come ci sono arrivata a questo punto, invece, merita di essere ricordato.

Il nostro quarto giorno siamo rimasti bloccati dal brutto tempo nel nostro campeggio sulla laguna nel Fionn Loch. La passeggiata in programma, per me e Checco, ha rischiato di interrompersi quando il fango non ha retto il suo peso e lui è caduto fino alle cosce nella melma, mentre si è interrotta davvero quando i polpacci hanno iniziato a sanguinargli per l’attrito con gli stivali. Tornati indietro, il resto della giornata è stato solo routine.

Il quinto giorno ci siamo svegliati sotto nubi di midges. Le midges sono state piaga, tormento, incubo e dannazione della nostra vacanza. Sono minuscoli moscerini, non troppo più grandi di una drosophila, per dare un’idea. Sembrano innocue e probabilmente, prese individualmente, non sarebbero malaccio. Però le femmine pungono. Certo, un pizzichino non è niente. Il fatto è che attorno alla nostra tenda ce n’erano almeno un milione. Il fatto è che ogni volta che dovevamo stare all’aria aperta, cosa che tende a capitare in campeggio d’estate nelle Highlands, se ci fermavamo e abbassavamo gli occhi vedevamo con orrore che ce n’erano almeno cinquecento, di questi moscerini individualmente innocui, posati su ognuna delle nostre gambe.

Vivevo con la fascia sulla fronte come Rambo e il paracollo sul naso che mi sentivo una truppa d’assalto. Per via delle temperature non altissime ero completamente coperta dai vestiti, ma a volte le midges pungevano anche attraverso i pantaloni, e comunque non avevano problemi a mangiarmi le mani e ad infilarsi nello spiraglio tra la fascia e il paracollo per pizzicarmi la fronte e i lati degli occhi.

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Non c’erano, dopo i momenti di fatica, momenti di relax: dal secondo giorno non abbiamo potuto riposarci cenando, bevendo il bicchiere di vino che ci eravamo sudati durante la giornata, sdraiandoci per terra dopo una salita particolarmente dura, perché sempre eravamo bersagliati dalle midges. Non un paio: milioni. Mi spiego meglio. Se abbassavo il paracollo e inspiravo, inspiravo midges. Se alzavo il paracollo e inspiravo, inspiravo meno midges. Se mangiavo, mangiavo anche midges. Se bevevo, dentro al bicchiere c’erano delle midges morte annegate. Se mi lavavo i denti (e già sciacquavo lo spazzolino nell’acqua piovana che si raccoglieva nel coperchio del mio barile) rimanevano incollate al dentifricio delle midges.

Quel giorno, mentre trasportavo le tende e non ce la facevo quasi più, al mattino i pizzichi sulla fronte e le guance mi si erano gonfiati ed erano diventati caldi. E quel giorno ho capito come la stanchezza annienti la bellezza.

Siamo arrivati forse nel Loch più bello di tutti quelli che avevamo visto, e dormivamo su un’isola in mezzo al lago. Lo dico perché lo so, perché se me lo racconto, quel posto con gli alberi disegnati dal vento, circondato da colli, con i rami degli alberi che si bagnano in acqua, so che deve essere bello. Ma io, là, demolita dalla stanchezza e dalla rabbia, non ho percepito bellezza.

La sera ho dovuto fare pipì. Le midges vanno via se soffia il vento, ma su quell’isola, in mezzo ad un lago, nel cuore delle Highlands scozzesi, non tirava un filo d’aria. Ho deciso di essere superiore, ho chiuso gli occhi e ho abbassato i pantaloni. Quando li ho riaperti ero coperta di animali che mi pungevano. Ho iniziato a schiacciarli con la carta, ma più ne schiacciavo più arrivavano. Volevo piangere, ma se qualcuno avesse sentito i miei lamenti e mi avesse trovata lì, nell’ultima posizione in cui volevo essere vista? Ho rialzato i pantaloni, schiacciandoli così, lasciando sulla mia pelle centinaia di moscerini morti.

Il vento è arrivato tre ore più tardi. Quell’isola bellissima non mi piacerà mai.

Ora che ripenso a tutto questo, volando a casa, ho ancora i pizzichi sulla fronte, sulle mani e soprattutto sulle cosce, ma non voglio più andare ad Ibiza.

Passeggiate e portage verso Loch Sionscaig / in volo

Isle of May / salendo sul monte Suilven

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Il mare si è gonfiato nel pomeriggio e ora, sulla barchetta sbattuta dalle onde, in diversi cominciano ad accusare una certa nausea. Tante persone di mezza età attorno a noi, ma soprattutto tante coppie felici che stringono a sé i loro bimbi. Io sono l’unica madre single con un bebè di 140 chili. Cullato dal rollio della nave Checco dorme amabilmente, mentre io devo sorreggerlo per evitare che caschi addosso agli altri passeggeri.

Siamo di ritorno dall’Isola di May, riserva naturale dove ogni estate trovano casa all’incirca un milione di uccelli e dove abbiamo visto i puffin. La fatica del viaggio in canoa si allontana sempre di più.

Al terzo giorno di viaggio abbiamo iniziato ad accusare le prime difficoltà. Ci siamo arrivati dopo una notte da incubo, con un vento fortissimo che rendeva la tenda più simile ad una barchetta in tempesta che ad un riparo per la notte. Tra il vento forte e la pioggia, la paura che la tenda volasse via, Checco che mi aveva detto di aver sentito un animale incastrato tra i due strati di tenda, abbiamo dormito davvero poco. Al mattino ancora pioveva e tirava vento. Ea comunque giornata di riposo, con l’ascensione del monte Suilven in programma.

Il vento era così forte che per raggiungere le pendici del monte non abbiamo potuto attraversare il fiume in canoa, ma abbiamo dovuto guadarlo. Salire è stato abbastanza duro, non tanto per la lunghezza o la pendenza del percorso, ma ancora una volta per la terra su cui si basava: scivolosa, spugnosa, piena di buchi. Al nostro passaggio le ranocchiette ci facevano largo, unici animali incontrati insieme alle due pecorelle che per un po’ hanno tenuto compagnia a Checco.

In cima, la vista sui due lati del monte era sublime, un che di Sturm und Drang dato dall’esercito di nuvole basse che incombeva e si chiudeva sul paesaggio circostante, così che sembrava di essere l’unico punto fermo al centro esatto di un caleidoscopio.

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A valle, di nuovo al campo, mi sono lavata: bagno nel lago, poi a riva mi sono insaponata per poi risciacquarmi a secchiate di acqua di lago sull’erba. Per quanto nel costume fossero rimasti blocchi di terra, dopo mi sentivo davvero pulita.

La giornata si è schiarita sul tardi, diventando il momento più bello della viaggio sia per me che per Checco: una tranquilla remata in canoa a prendere l’acqua al fiume sotto un cielo finalmente terso, con la luce calda delle ore della sera.

Isle of May / salendo sul monte Suilven

A Cruden Bay / Verso Fionn Loch

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Una cinquecento gialla. Piumino estivo dai colori sgargianti. Jeans a modo e scarpe sportive. Se ci vedessi da fuori direi: “italiani.” Sfrecciamo per la South Coast Trail ascoltando per la seconda volta l’unica playlist caricata sul cellulare. Ci fermiamo per fare foto di paese in paese: dove vediamo una bella spiaggia, dove le rondini si grattano la pancia con il grano, dove una chiesa giace diroccata da secoli, dove un paesino sorge al limitare del bagnasciuga, dove un faro illumina la rotta, lì si posa il nostro sguardo e il nostro obiettivo – click.

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Abbiamo deciso di regalarci un albergo bello per la notte e siamo qua, in un paese che è un campo da golf o in un campo da golf divenuto paese, poco distante dalle rovine di un castello a picco sul mare. Il letto profuma di pulito, la carta igienica di borotalco.

Per sei giorni la carta igienica è stata un lusso e un tormento. Forse la prima cosa di cui ho sentito la mancanza in quella spiaggetta su Loch Veyatie. Per l’amor del cielo, non che non ci fosse affatto, no! Ma andava usata con parsimonia, poi sotterrata. Per non lasciare tracce partendo dai nostri accampamenti.

Il secondo giorno abbiamo remato una decina di minuti, prima di arrivar al luogo prescelto per iniziare il portage. Il portage è quando ti carichi tutto in spalla (barili, zaini, casse, remi, sacche) e trascini le canoe da un sistema di fiumi e laghi all’altro. Da Loch Veyatie a Fionn Loch  nel nostro caso. Ognuno porta le proprie cose, poi un po’ di attrezzatura comune, poi insieme si aiutano i più forti a trascinare le canoe. Un tragitto di un chilometro circa compiuto in tre ore abbondanti.

Il problema – il primo grande imprevisto – è il suolo della Scozia. Il terreno scozzese, più che a terra solida su cui poggiare fermo il piede, rassomiglia ad una spugna che, marcescente, continua a dover assorbire troppa acqua e ormai si scioglie. Nessun passo è mai sicuro. All’inizio ci si premura di non mettere i piedi nel fango. Poi ci si rassegna al fango, ma si vorrebbero quantomeno evitare i piccoli tratti di palude. Ma ci si rassegna presto anche alla palude, basta evitare i buchi.

Ho sempre pensato che Alice nel paese delle meraviglie, di cui la nazione intera sta celebrando i 150 anni, fosse un’opera di fiction, dove l’elemento favoloso ha inizio quando la piccola Alice cade in un buco. Mi trovo, ora, a dover rivalutare dove inizi l’elemento fantastico (probabilmente con la durata della caduta, concludo). Il fatto è che il suolo, qua, è pieno di buchi, in cui si cade continuamente. Sei lì che stai portando il tuo barile, ansante, dalla cima di una collinetta alla cima di un’altra collinetta alla lunga vallata fino al lago, e infili lo stivale in un buco e il buco ti risucchia lo stivale. Ogni passo in questa situazione diventa una cosa seria. Siamo tutti delle piccola Alice.

Terminato il portage e arrivati al Fionn Loch siamo saliti in canoa, abbiamo attraversato il lago strettosi in fiume, siamo sfilati sotto le pendici del solido monte Suilven e siamo arrivati sulle rive verdi di una meravigliosa laguna: la nostra nuova casa.

A Cruden Bay / Verso Fionn Loch