Il colesterolo del macaco [mountains]

Il giorno in cui lasciamo Marrakech, lasciamo Marrakech molto più tardi del previsto e ci dirigiamo verso le montagne.

Abbiamo deciso prima di partire di rinunciare alla scalata del Jbel Toubkal, 4167 m, per concederci più tardi qualche giorno al mare, ma il nostro giro ci porta comunque verso la catena montuosa del Medio Atlante.

M21Il navigatore ci dà due ore di viaggio per raggiungere Demnat, la cittadina dove passeremo la notte. Durante la strada incontriamo sempre meno auto, sempre meno piante e sempre più persone a cavallo dei loro asinelli. Una parte di me pensava che coprire lunghi tratti di strada in sella a degli asini fosse una cosa che era finita nel Medioevo. Invece qui è pieno, lungo le strade provinciali e regionali, di persone in abiti lunghi che si spostano in groppa a magri ciuchini. Mi chiedo se la gente, quando le muore l’asinello, almeno piange. Nel dubbio piango io.

Demnat è una fila di casette attorno ad una strada principale polverosa. Il navigatore dice che ad un certo punto troveremo, sulla destra, un negozio di vasche idromassaggio e Jacuzzi. Passiamo la moschea, passiamo il mercato. All’altezza del negozio indicato sulla mappa c’è una bottega alla cui porta sono appese bacinelle di plastica per mettere a bagno i piedi. Sono disponibili in bianco e in azzurro. Rido molto.

M24Il giorno dopo andiamo a visitare le cascate di Ouzoud. Ci sono principalmente Marocchini a fare il bagno nelle vasche naturali del fiume e a passeggiare sulle sue sponde. Sulla guida ho letto che, con un po’ di fortuna, durante la passeggiata si possono incontrare i macachi. Mentre dico a voce alta che non ho mai incontrato una scimmia, eccoli comparire davanti a noi.

M22M23Un ragazzo marocchino ha in mano una scatola di wafer, che dà ai turisti per attirare le scimmie. Prima di rendermene conto ho sul palmo della mano un biscotto alla crema di nocciola e un macaco viene a prenderselo. Buffo come in tre minuti si possa passare da non avere mai visto una scimmia a sentirsi responsabili per l’aumento siderale dei suoi livelli di colesterolo.

L’acqua delle pozze alle cascate non è bella, ma tutto, attorno, è colorato, vivace e in fermento. Fa troppo caldo per mangiare. Consumiamo una pepsi guardando un paio di muli parcheggiati cercare cibo in un cumulo di calcinacci e ci rimettiamo in macchina.

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Il colesterolo del macaco [mountains]

Marrakech [city]

Arriviamo a Marrakech con il taxi. Le recensioni dei vecchi ospiti del Riad verso cui ci stiamo dirigendo dicevano di fare così, o non saremmo mai riusciti a trovare da soli il nostro Riad, annidato all’ombra dell’intrico di stradine del centro di Marrakech.

All’autista manca un pollice. Fuori dal finestrino c’è Marrakech nuova. Mi colpisce che faccia molto caldo e che ci siano aiuole e rotonde con prati così ben tenuti e un sacco di palme e di bandiere. Fuori ci sono solo quattro colori: sabbia, verde, rosso, azzurrognolo.

M02Riemergo dai miei pensieri e ora fuori dal finestrino c’è Marrakech vecchia e davanti a me c’è un cantiere. Ci lavorano degli asini, trascinano dei carretti con dentro il materiale.

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Arriviamo in una strada, a sinistra c’è un negozio di spezie. Sono esposte fuori e hanno la forma di coni molto appuntiti. Qui il taxi si ferma e procediamo a piedi per un vicolo stretto, che gira e diventa ancora più stretto e poi gira e si stringe ancora e ancora. In fondo una porta, quella del nostro Riad.

Siamo arrivati in anticipo e i padroni di casa ci suggeriscono di fare un giro fino a che la stanza non sarà pronta. Così ci dirigiamo al café France, ci sediamo con le sedie rivolte verso piazza Jemaa el-Fna, Checco ordina un croissant e il Marocco sembra già meno strano. Casablanca l’ho visto mille volte e ora, in questo caffè dal nome francese, mi sembra di esserci dentro: “Here’s looking at you, kid”.

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Marrakech [city]

Tempo di pelli, tempo di ciaspole

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C’è poca neve. Un metro e settanta circa, pochissima neve. Che un metro e settanta sia poca me lo ha detto l’Australiano incontrato in cabinovia il primo giorno di sci; me lo ha detto, storcendo il naso e senza parole, Checco. Me lo sta facendo capire Oreste, che dal telefono segue il meteo in costante attesa dell’annuncio di una perturbazione. Lo dice, alla fine, anche Testo, il nostro accompagnatore in capo, prima di chiedere se qualcuno ha portato le pelli con sé.

Io non ho le pelli, non ho la split, ed è cosa molto recente che io abbia una buona tavola. Continuando su questo filone di pensiero, non saprei nemmeno dire quando ho iniziato a ritenere possibile di fare un viaggio così: in Giappone, con lo snowboard, alla ricerca della neve più polverosa, con persone per cui sciare è come per me nuotare. Non so quando ho iniziato a pensare che avrei potuto fare una discesa intera senza cadere, non so quando sia diventato possibile, per me, credere davvero di poter essere capace andare sullo snow.

Tutto quello che so è che c’è stato un momento in cui ci stavo provando, c’è stato un momento in cui ero per terra e sorridevo stupidamente, un momento in cui ho realizzato di essermi fatta molto male. C’è stato un momento, anni dopo, in cui ho sconsideratamente ristretto gli attacchi. Un momento in cui mi tremavano le ginocchia da impazzire con la tavola di nuovo ai piedi.

img_20170102_104546Mi tremavano le ginocchia, e ora, non so come, ma sono qui, a stringere i legacci delle ciaspole, ad ascoltare Juan come fosse un profeta mentre mi spiega come legare la tavola allo zaino. Sono eccitatissima, in macchina ho giocato a pensare alle ultime volte in cui mi sono sentita così: per la mia prima mezza maratona, quattro anni fa. Forse un po’ per il mio primo trail notturno. Forse per la traversata dello Stretto di Messina. In tutti i modi è chiaro che sono alle porte di quello che per me sarà un evento che ricorderò.

Di fianco a me c’è Checco che mi stringe l’ultima volta lo snowboard allo zaino. Se io sono eccitatissima, so che anche lui lo è – e forse pure un filo preoccupato. Infatti io so per certo che nella vita preferisco le salite alle discese, lui è altrettanto sicuro del contrario. Io so di essere più pronta ad arrivare in cima, passo dopo passo, che a tornare giù; lui non sa se sarà in grado di arrivare in cima, ma è certo che poi si divertirebbe un mondo a scendere. Sorrido mentre chiede un chiarimento su come si usano le pelli: mai avrei pensato che avremmo affrontato insieme una prima volta sulla neve.

img_20170102_112906-1Le ciaspole sono allacciate, lo snowboard è ben bilanciato. Funziona. Siamo nel bosco, camminiamo, la punta dello snowboard più alta di me sbatte e si incastra nei rami degli alberi. Camminiamo ancora, arriviamo ad un vecchio impianto dismesso, ci fermiamo ad aspettare Checco che, miracolosamente, non ci sta ancora insultando. Ci penso bene e questa cosa mi riempie di gioia: se Checco non ci ha mandati a quel paese, allora gli sta piacendo.

Quando riprendiamo la salita, noi due rimaniamo indietro. La vegetazione inizia a farsi più rada, fino a che non rimangono solo rari rami di betulle coperti di ghiaccio. Anche oggi suonano al vento. Checco fa sempre più fatica, le pelli devono richiedere più tecnica ed esercizio di quanto pensassi. Decidiamo allora di tornare indietro anche se non siamo arrivati in cima, nonostante la cosa mi bruci parecchio. Stacco le ciaspole, slego la tavola, lego le ciaspole, mi attacco la tavola. Anche se tira vento, riesco a fare tutto in fretta e la cosa mi fa sentire brava. Ho le mani ghiacciate e un filo paura: è il momento di scendere e non si può cadere. Scendere tra le cime delle betulle, scendere fino al bosco, scendere e arrivare al lago sulfureo. Checco è già in basso e mi chiama: devo andare.

Tempo di pelli, tempo di ciaspole

Lezioni di Giappone

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Siamo nel salotto del bed and breakfast in cui alloggiamo a Kyoto. Fuori fa freddo, dentro siamo seduti per terra e il pavimento riscaldato fa venire sonno. Siamo stati a cena con Lena che mi aveva aspettata dopo lavoro per farmi lezione, perché stamattina dovevo partire a fare un giro per Kyoto e avevamo avuto solo poco tempo.

Lena lavora nel nostro bed and breakfast. Stamattina mi ha vista mentre dopo colazione studiavo i numeri in giapponese ed è venuta ad aiutarmi con la pronuncia, poi ha iniziato a fare conversazione, poi mi ha proposto di rifare lezione la sera alle cinque se ne avevo voglia. Ne avevo voglia, ma durante la giornata abbiamo visitato mille posti e fatto mille cose prima che potessi rientrare in bed and breakfast un po’ in ritardo: abbiamo visitato il tempio ricoperto d’oro Kinkaku-ji, la foresta di bambù e il quartiere che la circonda, provato mille cibi come i fagottini di fagioli e degli spiedini di palline di pasta (di riso?) con salsa (di soia?), oltre che un ramen buonissimo in un piccolo posticino dove parlavano solo giapponese.

15726310_755453961297860_1064350611957288551_nSoprattutto, però, abbiamo visitato un giardino zen nel complesso di templi di Daitoku-ji. All’ingresso del tempio, tolte le scarpe, la signora alla reception ci ha detto che, visto che il tempio era vuoto, avrebbe potuto accompagnarci a vedere il giardino. Il fatto che lei fosse con noi ci ha cambiato la visita, non solo perché ci ha aiutati ad apprezzare quelli che altrimenti avremmo giudicato solo quattro sassi in un cortile, ma anche perché ci ha raccontato la storia del posto e letto alcune preghiere scritte dall’ex capo monaco del tempio.

Bisogna immaginare una decina di persone infottatissime perché vanno a sciare nella super powder morbissima dell’Hokkaido – e me – rimbecillirsi per una mezz’ora ad ascoltare gli insegnamenti appesi sulle pareti per la cerimonia del tè e impegnati a dirsi che è tutto verissimo. Cose traducibili a stento come “sii te piccolino e fai essere gli altri grandi”, o un po’ ridicole come “sii come la nuvola bianca nel cielo”, o di cui non ci ricordiamo il significato, come “ichi e ichi go” ci sono sembrate geniali. Almeno per un po’ di tempo, finché il ricordo di questo viaggio non sarà sbiadito, ad essere come la nuvola bianca nel cielo ci proverò davvero.

Sono rientrata in bed and breakfast con mezz’ora di ritardo rispetto all’orario in cui Lena staccava e temevo che non l’avrei più trovata. Invece no, mi stava aspettando. E mi ha ringraziata di essere rientrata presto apposta.

img_20161228_201809-1Abbiamo ripetuto un po’ di numeri, gli orari, poi mi ha insegnato il vocabolario per cavarmela al ristorante. Alla fine della lezione le abbiamo chiesto consiglio per un posto dove cenare e ci ha suggerito un ristorante “very local” la cui proprietaria è “a bit crazy”.

Cose di Lena che non sapevamo di lei quando si è seduta a tavola con noi: ha 23 anni, ha studiato all’università per diventare insegnante, è specializzata in politica e giapponese, è sommelier di sake, si sposa a febbraio, lavora al bed and breakfast da sei mesi, era la prima volta che usciva a cena con dei clienti, le piacerebbe sposarsi con il kimono, ma il matrimonio tradizionale giapponese adesso è molto di moda ed è difficile trovare una location.

Ci ha raccontato di sé poco a poco durante la cena, mentre si faceva in quattro per servire i piatti e mediare con la proprietaria del locale che era effettivamente piuttosto fuori di testa – suo marito lo chef, invece, ha scritto un libro su come scolpire la frutta. Dopo avere bevuto un bicchiere di birra – aveva detto di no, ma non abbiamo dovuto insistere per convincerla – l’abbiamo pregata di stare ferma e godersi la cena con calma. Si è quasi commossa. Domani la salutiamo: nel pomeriggio inizieremo a spostarci verso Nord. Ora, però, grazie a lei so come spiegare che non mangio né carne né pesce, ma che però mangio uova e verdure (per poi ricevere lo stesso delle crocchette di gamberi).

 

Lezioni di Giappone

Un anno dopo: si riparte!

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– Allora, quand’è esattamente che abbiamo perso le nostre sacche?

– Settembre scorso. Ma perso non è corretto. Sono state.. appoggiate in garage da Ale.

– E quindi è a settembre che tu le hai preparate e quindi portate a Milano?

– Sono salite dopo un raduno della nazionale. Quindi sì, a settembre c’era stato un raduno, le avevo portate su e le avevo date ad Ale. Con l’idea di farsele ridare tra un volo e l’altro per andare a Malta.

– Quindi da settembre… sono… (conto i mesi sulle dita. Finiscono le dita, finiscono i mesi). Sì… Dieci mesi. E poi?

– Dopo averle lasciate dieci mesi a casa di Ale abbiamo pensato di farle portare dal coach Marotta fino al raduno della nazionale a Viterbo per poi essere traslocate in macchina di Giulio che ce le ridà stasera.

– Mi avevi detto che avevano fatto un sacco di giri!

– Eh, sono andate da Bologna a Milano, da Milano a Viterbo, da Viterbo a Castel San Giorgio e da Castel San Giorgio a Roma. Ah, Giulio ha prenotato nel posto top degli spaghetti cacio e pepe a Roma, per stasera.

– Mi manca la Pi.

– E scrivilo!

– A chi?

– Nel post.

– Mi manca la Pi.

Silenzio. Guardiamo la foto di Clarissa sul cellulare. Io mi strofino gli occhi. Checco fissa un cane che io non riesco a vedere, dietro una colonna. Questione di prospettive. Poi si alza, guarda uno schermo, torna indietro.

– Vuoi ridere? Sai a che gate siamo?

Rispondiamo insieme: A 33.

Spingo qualche pulsante al computer.

– Cos’hai scritto?

– La storia delle sacche.

– Dimmi. Me lo rileggi?

Aeroporto di Zaventem, l’aereo per Roma Fiumicino imbarca tra venti minuti. Partiamo.

Un anno dopo: si riparte!

In ufficio / lasciando le Highlands

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Rientro al lavoro. Apro la casella di posta ricordando il momento in cui avevo ritoccato il mio messaggio di assenza prima di partire: “Thank you for your e-mail. I am out of office, with limited no access to my e-mail. …“. I messaggi in arrivo non sono neanche troppi. Sorrido, decisa a ricordarmi per i mesi a venire il momento in cui, schiacciata dal peso del mio barile, in Scozia avevo ripensato con nostalgia alla sedia del mio ufficio, dicendomi che a modo suo era un lusso.

Prima di iniziare a leggere tutti i messaggi che mi sono arrivati e a rispondere “as soon as I return” come promesso, controllo solo un attimo se sono usciti i risultati del concorso che ho fatto ad aprile. Ed eccolo lì, nel mio account, un messaggio non letto. Io non sono capace, di norma, di leggere velocemente, ma davanti a quel messaggio i miei occhi hanno mandato al cervello tantissime informazioni che ho processato prima ancora di riuscire a leggerle: come temevo sono insufficiente in matematica; come speravo ho fatto molto bene tutto il resto; come non immaginavo ho un ottimo punteggio totale. È ora che leggo il messaggio e che mi accorgo che il punteggio totale mi avrebbe permesso di passare alla seconda fase del concorso se solo, per la prima volta da quando tento questo esame, non fossi stata insufficiente in matematica. Mi scappa un “porca puttana!” che non fa nemmeno alzare gli occhi alla mia algida dirimpettaia.

La vita di tutti i giorni si è reimpossessata di me. Non piano piano, di giorno in giorno, fino a levigare via il ricordo dell’avventura scozzese, ma con uno schiaffone di traverso sulla guancia.

Ero stanca l’ultimo giorno, quando la spalla destra sembrava voler disertare piuttosto che affondare ancora una volta il remo; volevo davvero averlo, un bagno con la carta igienica sempre; sentivo i capelli sformati dal vento e dalla fascia costantemente in testa e davvero mi domandavo che aspetto avesse la mia faccia, dopo sei giorni di pioggia, punture, sole, e finalmente anche un po’ di vento. Volevo sentirla, la sensazione di lenzuola pulite sfregare sulla pelle pulita anch’essa.

incaseofcapsizeMa non mi sono dimenticata di gettare un ultimo sguardo alle mie spalle, remando via dall’isola bellissima che non mi piacerà mai. Non mi era mancato il cellulare con internet – e affondavo il remo – non mi era mancato l’asfalto – un’altra remata – non mi erano mancati i diecimila problemi artificiali della vita di tutti i giorni – un’altra remata ancora – non mi era mancata la luce al neon – un nuovo colpo – non mi erano mancati i rumori del traffico – e un’altra remata – non mi erano mancate le scadenze – affondavo il remo ancora – non mi era mancato lo stipendio e l’affitto e les cotisations sociales – e una remata, e un’altra e  un’altra ancora…

Ci siamo caricati i barili sulle spalle un’ultima volta, abbiamo trascinato e ricalato le canoe in acqua per attraversare un ultimo lago coperto di ninfee. E dopo qualche metro eccola, tagliare la collina: la strada. Eravamo tornati.

Era finito il nostro viaggio e anche questo blog finisce qui. Grazie per averci accompagnati, per averci aiutati a fare la valigia, suggerito canzoni e locali e piccole astuzie per sopravvivere in campeggio.

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Sláinte

In ufficio / lasciando le Highlands

Passeggiate e portage verso Loch Sionscaig / in volo

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“D’ora in poi metterò i tacchi alti e andrò in vacanza ad Ibiza. Canterò le canzoni che dicono “quiero bailar contigo” e ballerò le canzoni che dicono “me gusta la vida”. Una bella serata sarà quando berrò sei Sex on the beach in discoteca, una bella giornata quando mi alzerò alle due e andrò in spiaggia a ridormire al sole. Andrò nei villaggi vacanze. Parteciperò alle attività degli animatori. L’aerobica in acqua. Il gioco dell’happy hour. Imparerò il balletto del villaggio. Da piccola avevo imparato tutta la macarena, quand’è che ho sbagliato? Perché non sono a Santo Domingo a farmi le foto ai piedi con il mare sullo sfondo e i selfie coi cocktail? Appena torno a Bruxelles mi prendo un cd di Enrique Iglesias. Cioè, no, magari lo scarico. Che poi chissà se canta ancora. Devo chiedere a qualcuno. Appena torno a Bruxelles… Oh, non vedo l’ora di mettermi tutti i miei vestitini. Anche se farà freddo, tanto dopo questo tutto sarà caldo al confronto. Quello azzurro. Quello nero nuovo. Metterò i tacchi. Merda. Io Craig* lo ammazzo. Non lo sopporto più, se mi parla ancora io me ne vado.”

*(La guida)

È parte di quello che ho pensato mentre, trasportati il barile e il mio zaino, trasportavo ancora le tende lungo il primo, ripido, melmoso tratto di portage tra Fionn Loch e Loch Sionscaig. Lo stream of consciousness continua con domande sul perché stavo facendo quella fatica e con il gioco degli Hunger Games, che vi risparmio. Come ci sono arrivata a questo punto, invece, merita di essere ricordato.

Il nostro quarto giorno siamo rimasti bloccati dal brutto tempo nel nostro campeggio sulla laguna nel Fionn Loch. La passeggiata in programma, per me e Checco, ha rischiato di interrompersi quando il fango non ha retto il suo peso e lui è caduto fino alle cosce nella melma, mentre si è interrotta davvero quando i polpacci hanno iniziato a sanguinargli per l’attrito con gli stivali. Tornati indietro, il resto della giornata è stato solo routine.

Il quinto giorno ci siamo svegliati sotto nubi di midges. Le midges sono state piaga, tormento, incubo e dannazione della nostra vacanza. Sono minuscoli moscerini, non troppo più grandi di una drosophila, per dare un’idea. Sembrano innocue e probabilmente, prese individualmente, non sarebbero malaccio. Però le femmine pungono. Certo, un pizzichino non è niente. Il fatto è che attorno alla nostra tenda ce n’erano almeno un milione. Il fatto è che ogni volta che dovevamo stare all’aria aperta, cosa che tende a capitare in campeggio d’estate nelle Highlands, se ci fermavamo e abbassavamo gli occhi vedevamo con orrore che ce n’erano almeno cinquecento, di questi moscerini individualmente innocui, posati su ognuna delle nostre gambe.

Vivevo con la fascia sulla fronte come Rambo e il paracollo sul naso che mi sentivo una truppa d’assalto. Per via delle temperature non altissime ero completamente coperta dai vestiti, ma a volte le midges pungevano anche attraverso i pantaloni, e comunque non avevano problemi a mangiarmi le mani e ad infilarsi nello spiraglio tra la fascia e il paracollo per pizzicarmi la fronte e i lati degli occhi.

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Non c’erano, dopo i momenti di fatica, momenti di relax: dal secondo giorno non abbiamo potuto riposarci cenando, bevendo il bicchiere di vino che ci eravamo sudati durante la giornata, sdraiandoci per terra dopo una salita particolarmente dura, perché sempre eravamo bersagliati dalle midges. Non un paio: milioni. Mi spiego meglio. Se abbassavo il paracollo e inspiravo, inspiravo midges. Se alzavo il paracollo e inspiravo, inspiravo meno midges. Se mangiavo, mangiavo anche midges. Se bevevo, dentro al bicchiere c’erano delle midges morte annegate. Se mi lavavo i denti (e già sciacquavo lo spazzolino nell’acqua piovana che si raccoglieva nel coperchio del mio barile) rimanevano incollate al dentifricio delle midges.

Quel giorno, mentre trasportavo le tende e non ce la facevo quasi più, al mattino i pizzichi sulla fronte e le guance mi si erano gonfiati ed erano diventati caldi. E quel giorno ho capito come la stanchezza annienti la bellezza.

Siamo arrivati forse nel Loch più bello di tutti quelli che avevamo visto, e dormivamo su un’isola in mezzo al lago. Lo dico perché lo so, perché se me lo racconto, quel posto con gli alberi disegnati dal vento, circondato da colli, con i rami degli alberi che si bagnano in acqua, so che deve essere bello. Ma io, là, demolita dalla stanchezza e dalla rabbia, non ho percepito bellezza.

La sera ho dovuto fare pipì. Le midges vanno via se soffia il vento, ma su quell’isola, in mezzo ad un lago, nel cuore delle Highlands scozzesi, non tirava un filo d’aria. Ho deciso di essere superiore, ho chiuso gli occhi e ho abbassato i pantaloni. Quando li ho riaperti ero coperta di animali che mi pungevano. Ho iniziato a schiacciarli con la carta, ma più ne schiacciavo più arrivavano. Volevo piangere, ma se qualcuno avesse sentito i miei lamenti e mi avesse trovata lì, nell’ultima posizione in cui volevo essere vista? Ho rialzato i pantaloni, schiacciandoli così, lasciando sulla mia pelle centinaia di moscerini morti.

Il vento è arrivato tre ore più tardi. Quell’isola bellissima non mi piacerà mai.

Ora che ripenso a tutto questo, volando a casa, ho ancora i pizzichi sulla fronte, sulle mani e soprattutto sulle cosce, ma non voglio più andare ad Ibiza.

Passeggiate e portage verso Loch Sionscaig / in volo