Tempo di pelli, tempo di ciaspole

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C’è poca neve. Un metro e settanta circa, pochissima neve. Che un metro e settanta sia poca me lo ha detto l’Australiano incontrato in cabinovia il primo giorno di sci; me lo ha detto, storcendo il naso e senza parole, Checco. Me lo sta facendo capire Oreste, che dal telefono segue il meteo in costante attesa dell’annuncio di una perturbazione. Lo dice, alla fine, anche Testo, il nostro accompagnatore in capo, prima di chiedere se qualcuno ha portato le pelli con sé.

Io non ho le pelli, non ho la split, ed è cosa molto recente che io abbia una buona tavola. Continuando su questo filone di pensiero, non saprei nemmeno dire quando ho iniziato a ritenere possibile di fare un viaggio così: in Giappone, con lo snowboard, alla ricerca della neve più polverosa, con persone per cui sciare è come per me nuotare. Non so quando ho iniziato a pensare che avrei potuto fare una discesa intera senza cadere, non so quando sia diventato possibile, per me, credere davvero di poter essere capace andare sullo snow.

Tutto quello che so è che c’è stato un momento in cui ci stavo provando, c’è stato un momento in cui ero per terra e sorridevo stupidamente, un momento in cui ho realizzato di essermi fatta molto male. C’è stato un momento, anni dopo, in cui ho sconsideratamente ristretto gli attacchi. Un momento in cui mi tremavano le ginocchia da impazzire con la tavola di nuovo ai piedi.

img_20170102_104546Mi tremavano le ginocchia, e ora, non so come, ma sono qui, a stringere i legacci delle ciaspole, ad ascoltare Juan come fosse un profeta mentre mi spiega come legare la tavola allo zaino. Sono eccitatissima, in macchina ho giocato a pensare alle ultime volte in cui mi sono sentita così: per la mia prima mezza maratona, quattro anni fa. Forse un po’ per il mio primo trail notturno. Forse per la traversata dello Stretto di Messina. In tutti i modi è chiaro che sono alle porte di quello che per me sarà un evento che ricorderò.

Di fianco a me c’è Checco che mi stringe l’ultima volta lo snowboard allo zaino. Se io sono eccitatissima, so che anche lui lo è – e forse pure un filo preoccupato. Infatti io so per certo che nella vita preferisco le salite alle discese, lui è altrettanto sicuro del contrario. Io so di essere più pronta ad arrivare in cima, passo dopo passo, che a tornare giù; lui non sa se sarà in grado di arrivare in cima, ma è certo che poi si divertirebbe un mondo a scendere. Sorrido mentre chiede un chiarimento su come si usano le pelli: mai avrei pensato che avremmo affrontato insieme una prima volta sulla neve.

img_20170102_112906-1Le ciaspole sono allacciate, lo snowboard è ben bilanciato. Funziona. Siamo nel bosco, camminiamo, la punta dello snowboard più alta di me sbatte e si incastra nei rami degli alberi. Camminiamo ancora, arriviamo ad un vecchio impianto dismesso, ci fermiamo ad aspettare Checco che, miracolosamente, non ci sta ancora insultando. Ci penso bene e questa cosa mi riempie di gioia: se Checco non ci ha mandati a quel paese, allora gli sta piacendo.

Quando riprendiamo la salita, noi due rimaniamo indietro. La vegetazione inizia a farsi più rada, fino a che non rimangono solo rari rami di betulle coperti di ghiaccio. Anche oggi suonano al vento. Checco fa sempre più fatica, le pelli devono richiedere più tecnica ed esercizio di quanto pensassi. Decidiamo allora di tornare indietro anche se non siamo arrivati in cima, nonostante la cosa mi bruci parecchio. Stacco le ciaspole, slego la tavola, lego le ciaspole, mi attacco la tavola. Anche se tira vento, riesco a fare tutto in fretta e la cosa mi fa sentire brava. Ho le mani ghiacciate e un filo paura: è il momento di scendere e non si può cadere. Scendere tra le cime delle betulle, scendere fino al bosco, scendere e arrivare al lago sulfureo. Checco è già in basso e mi chiama: devo andare.

Tempo di pelli, tempo di ciaspole

La valigia più difficile

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Ho una regola d’oro quando faccio le valigie. Una regola che mi illudo potrebbe salvarmi la vita, che penso segni la linea di demarcazione tra viaggiatrice improvvisata ed esperta.

Credo che questa regola affondi le sue radici parecchio indietro negli anni, al periodo in cui facevo scherma. Ricordo un giorno in cui ero di ritorno da una gara: ero arrivata in via dello Sport, dove qualcuno, probabilmente mia mamma, era venuto a prendermi. Questa persona aveva accennato un gesto, come per aiutarmi a portare la sacca di scherma, e io gliela stavo felicemente cedendo, quando da dietro era risuonata la voce del mio allenatore: “Ognuno si porta la sua attrezzatura“. Sul momento mi ero risentita, ma poi, pensandoci, mi ero piano piano accorta che queste parole avevano molto senso. La mia attrezzatura era tutto quello che avevo con me in pedana, era dunque mia responsabilità occuparmene, tenerla con me, vicina.

Da allora mi sono sempre portata la mia sacca, di qualunque sacca si trattasse: quella di scherma, o quella ben più pesante da sub. E dalle sacche sono passata alle valigie: anche di quelle, ognuno si porta la sua.

Quindi, dicevo, la regola aurea, a tutela della mia libertà e della mia indipendenza: mai fare una valigia più pesante di quello che riesci a portare da sola.

Stiamo per partire e, dopo averlo chiuso in una barca a vela larga come le sue spalle, questa volta è Checco che gioca in casa e io che mi muovo in ambiente ostile: questa volta partiamo e attraversiamo l’Oceano per andare a sciare. Sono seduta sulla sacca della North Face per capire se sia possibile comprimere ulteriormente la salopette da snowboard e i pile. Mi ci sono seduta sopra talmente tante volte che ormai occupano lo spazio di un pacchetto di fazzoletti, ma la mia ambizione, facendo uscire ancora un po’ d’aria e pressando ancora di più il tessuto, sarebbe di ridurli alle dimensioni di un pacchetto di tic-tac. Di fronte a me, schierate sul letto come soldatini, le provviste per nutrirmi nei prossimi 12 giorni: frutta secca e omogeneizzati di frutta che devono ancora entrare in valigia.

Per mesi avevo pensato che questa sarebbe stata la mia valigia più difficile. Effettivamente se qualcuno mi avesse vista cinque minuti fa, con le maniche rimboccate e le braccia immerse nella sacca e spingere e pressare come una lavandara, avrebbe pensato lo stesso. Tuttavia non è così: la valigia più difficile mi aspetta al ritorno a Bruxelles ed è un’altra storia. Per ora posso sorridere e continuare a pressare e comprimere questa valigia gonfia, ma che con un po’ di impegno e di pressione nei punti giusti riuscirò a caricarmi in spalla e a portare da sola.

La valigia più difficile