Lezioni di Giappone

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Siamo nel salotto del bed and breakfast in cui alloggiamo a Kyoto. Fuori fa freddo, dentro siamo seduti per terra e il pavimento riscaldato fa venire sonno. Siamo stati a cena con Lena che mi aveva aspettata dopo lavoro per farmi lezione, perché stamattina dovevo partire a fare un giro per Kyoto e avevamo avuto solo poco tempo.

Lena lavora nel nostro bed and breakfast. Stamattina mi ha vista mentre dopo colazione studiavo i numeri in giapponese ed è venuta ad aiutarmi con la pronuncia, poi ha iniziato a fare conversazione, poi mi ha proposto di rifare lezione la sera alle cinque se ne avevo voglia. Ne avevo voglia, ma durante la giornata abbiamo visitato mille posti e fatto mille cose prima che potessi rientrare in bed and breakfast un po’ in ritardo: abbiamo visitato il tempio ricoperto d’oro Kinkaku-ji, la foresta di bambù e il quartiere che la circonda, provato mille cibi come i fagottini di fagioli e degli spiedini di palline di pasta (di riso?) con salsa (di soia?), oltre che un ramen buonissimo in un piccolo posticino dove parlavano solo giapponese.

15726310_755453961297860_1064350611957288551_nSoprattutto, però, abbiamo visitato un giardino zen nel complesso di templi di Daitoku-ji. All’ingresso del tempio, tolte le scarpe, la signora alla reception ci ha detto che, visto che il tempio era vuoto, avrebbe potuto accompagnarci a vedere il giardino. Il fatto che lei fosse con noi ci ha cambiato la visita, non solo perché ci ha aiutati ad apprezzare quelli che altrimenti avremmo giudicato solo quattro sassi in un cortile, ma anche perché ci ha raccontato la storia del posto e letto alcune preghiere scritte dall’ex capo monaco del tempio.

Bisogna immaginare una decina di persone infottatissime perché vanno a sciare nella super powder morbissima dell’Hokkaido – e me – rimbecillirsi per una mezz’ora ad ascoltare gli insegnamenti appesi sulle pareti per la cerimonia del tè e impegnati a dirsi che è tutto verissimo. Cose traducibili a stento come “sii te piccolino e fai essere gli altri grandi”, o un po’ ridicole come “sii come la nuvola bianca nel cielo”, o di cui non ci ricordiamo il significato, come “ichi e ichi go” ci sono sembrate geniali. Almeno per un po’ di tempo, finché il ricordo di questo viaggio non sarà sbiadito, ad essere come la nuvola bianca nel cielo ci proverò davvero.

Sono rientrata in bed and breakfast con mezz’ora di ritardo rispetto all’orario in cui Lena staccava e temevo che non l’avrei più trovata. Invece no, mi stava aspettando. E mi ha ringraziata di essere rientrata presto apposta.

img_20161228_201809-1Abbiamo ripetuto un po’ di numeri, gli orari, poi mi ha insegnato il vocabolario per cavarmela al ristorante. Alla fine della lezione le abbiamo chiesto consiglio per un posto dove cenare e ci ha suggerito un ristorante “very local” la cui proprietaria è “a bit crazy”.

Cose di Lena che non sapevamo di lei quando si è seduta a tavola con noi: ha 23 anni, ha studiato all’università per diventare insegnante, è specializzata in politica e giapponese, è sommelier di sake, si sposa a febbraio, lavora al bed and breakfast da sei mesi, era la prima volta che usciva a cena con dei clienti, le piacerebbe sposarsi con il kimono, ma il matrimonio tradizionale giapponese adesso è molto di moda ed è difficile trovare una location.

Ci ha raccontato di sé poco a poco durante la cena, mentre si faceva in quattro per servire i piatti e mediare con la proprietaria del locale che era effettivamente piuttosto fuori di testa – suo marito lo chef, invece, ha scritto un libro su come scolpire la frutta. Dopo avere bevuto un bicchiere di birra – aveva detto di no, ma non abbiamo dovuto insistere per convincerla – l’abbiamo pregata di stare ferma e godersi la cena con calma. Si è quasi commossa. Domani la salutiamo: nel pomeriggio inizieremo a spostarci verso Nord. Ora, però, grazie a lei so come spiegare che non mangio né carne né pesce, ma che però mangio uova e verdure (per poi ricevere lo stesso delle crocchette di gamberi).

 

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Una corsa in taxi

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Il viaggio: ci sono stati problemi con l’attrezzatura sportiva da imbarcare, ritardi all’aeroporto Charles de Gaulle che hanno trasformato il nostro scalo in una corsa contro il tempo per raccattare bottiglie d’acqua e cartoline dall’Europa da lasciare in regalo alle persone che incontreremo per strada. Il volo è stato lungo e non siamo riusciti a dormire. Ma dopo essere arrivati a Osaka, dopo avere riunito il gruppo, dopo avere preso il treno per Kyoto, sono successe cose che hanno cancellato la stanchezza.

img_20161227_134123La prima cosa: ho trovato da mangiare. Non ho avuto molto tempo per preparare questo viaggio, ma da mesi, mentre i miei piani restavano sempre più indefiniti e il viaggio si avvicinava sempre di più, era chiaro che per me, vegetariana, mangiare in Giappone sarebbe stato difficile. Tra brodi di pollo e “bonito”, i fiocchi di pesce spruzzati a mo’ di parmigiano su qualunque pietanza per insaporirla, trovare un piatto veramente vegetariano in Giappone non è un’impresa facile. Di fianco alla stazione di Kyoto, però, in una galleria di piccoli ristoranti di strada, ho trovato un piatto di ramen vegetariano buonissimo. L’esperienza culinaria che non contavo di avere c’è stata e i piccoli dessert di mela che mi sono portata da Bologna non serviranno oggi.

Allargata la cintura, è arrivato il momento di raggiungere l’hotel. Fermiamo tre taxi, ci dividiamo, diamo l’indirizzo e sul volto dell’autista si iniziano a leggere le prime perplessità. Imposta l’indirizzo sul navigatore – i sedili del taxi sono rivestiti di pizzo e lui ha i capelli tinti di marrone chiaro. Scende a consultarsi con gli altri taxisti. Torna in taxi emettendo dei suoni gutturali di preoccupazione. Nessuno parte per un po’. Quando finalmente ci mettiamo in strada, ci spiega: “narrow street”. Ad un semaforo scende di nuovo per parlare con un collega. Torna in macchina, armeggia con il navigatore. In uno stato d’animo più verso la disperazione che la preoccupazione, ci chiede se siamo sicuri che sia un albergo e non una guest house, poi finalmente trova la destinazione e inizia ad emettere degli “oooooh” di compiacimento. “Eccolo!” ci dice, ingrandendo l’immagine sullo schermo, “aaaah, ooooooh!!!”. Poi scende e di corsetta va ad avvertire i colleghi.

Arrivati nei pressi dell’alloggio inchioda: “walking street!”. Ha la voce molto davvero allarmata. Gli diciamo che cammineremo e lui ci ringrazia cinque, sei volte “arigatoo!”.  Non so se fossero i modi affettati, il panico sproporzionato all’entità del problema, ma stiamo tutti ridendo di nascosto. Ora siamo a Kyoto, con un paio di giorni per visitarla prima di muovere per l’Hokkaido.

Una corsa in taxi

La valigia più difficile

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Ho una regola d’oro quando faccio le valigie. Una regola che mi illudo potrebbe salvarmi la vita, che penso segni la linea di demarcazione tra viaggiatrice improvvisata ed esperta.

Credo che questa regola affondi le sue radici parecchio indietro negli anni, al periodo in cui facevo scherma. Ricordo un giorno in cui ero di ritorno da una gara: ero arrivata in via dello Sport, dove qualcuno, probabilmente mia mamma, era venuto a prendermi. Questa persona aveva accennato un gesto, come per aiutarmi a portare la sacca di scherma, e io gliela stavo felicemente cedendo, quando da dietro era risuonata la voce del mio allenatore: “Ognuno si porta la sua attrezzatura“. Sul momento mi ero risentita, ma poi, pensandoci, mi ero piano piano accorta che queste parole avevano molto senso. La mia attrezzatura era tutto quello che avevo con me in pedana, era dunque mia responsabilità occuparmene, tenerla con me, vicina.

Da allora mi sono sempre portata la mia sacca, di qualunque sacca si trattasse: quella di scherma, o quella ben più pesante da sub. E dalle sacche sono passata alle valigie: anche di quelle, ognuno si porta la sua.

Quindi, dicevo, la regola aurea, a tutela della mia libertà e della mia indipendenza: mai fare una valigia più pesante di quello che riesci a portare da sola.

Stiamo per partire e, dopo averlo chiuso in una barca a vela larga come le sue spalle, questa volta è Checco che gioca in casa e io che mi muovo in ambiente ostile: questa volta partiamo e attraversiamo l’Oceano per andare a sciare. Sono seduta sulla sacca della North Face per capire se sia possibile comprimere ulteriormente la salopette da snowboard e i pile. Mi ci sono seduta sopra talmente tante volte che ormai occupano lo spazio di un pacchetto di fazzoletti, ma la mia ambizione, facendo uscire ancora un po’ d’aria e pressando ancora di più il tessuto, sarebbe di ridurli alle dimensioni di un pacchetto di tic-tac. Di fronte a me, schierate sul letto come soldatini, le provviste per nutrirmi nei prossimi 12 giorni: frutta secca e omogeneizzati di frutta che devono ancora entrare in valigia.

Per mesi avevo pensato che questa sarebbe stata la mia valigia più difficile. Effettivamente se qualcuno mi avesse vista cinque minuti fa, con le maniche rimboccate e le braccia immerse nella sacca e spingere e pressare come una lavandara, avrebbe pensato lo stesso. Tuttavia non è così: la valigia più difficile mi aspetta al ritorno a Bruxelles ed è un’altra storia. Per ora posso sorridere e continuare a pressare e comprimere questa valigia gonfia, ma che con un po’ di impegno e di pressione nei punti giusti riuscirò a caricarmi in spalla e a portare da sola.

La valigia più difficile